Venetic, the language of the oldest nation of Europe
is an Italian essay, which was presented by the author Dr. Eduardo Rubini on February 3, 2007 in Padova (Venetia, Italy). The author submitted it for publishing to Carantha, because, besides other authors, it is based on the discoveries of the Slovenian Venetologists Akad. Matej Bor and Dr. Jožko Šavli. We are much obliged to the author for paying attention to our website. The association Europa Veneta (Venice) published the essay in a booklet (Associazione Evropa Veneta, Fondamenta Moro 2999 - Cannaregio - 30121 Venezia)





Il Venetico, la lingua del più antico popolo d'Europa


a cura di Edoardo Rubini


Introduction

1.  I Veneti: popolo dalle lontane origini
2.  L'espansione territoriale
3.  Il nome Veneti
4.  Gli Illiri
5. I retroscena ideologici
6.  Veneti e Slavi: nomi etnici distinti
7.  Quale romanizzazione?
8.  Il metodo di Matej Bor
9.  Radici "slave" nella toponomastica

Riferimenti bibliografici

  
Matej Bor (Vladimir Pavši?) è  nato nel 1913 a Grgar (Gargaro) sopra Gorizia († 1993). Nel 1937 conseguì la laurea in lingue e letterature straniere all'Università di Lubiana. Durante la guerra di liberazione si distinse come poeta e drammaturgo. Per diversi anni diresse il Teatro Nazionale Sloveno. Da scrittore indipendente si dedi cò infine alla letteratura. E' stato Presidente dell'Associazione degli scrittori sloveni, nonché del centro PEN. Per due volte (1947 e 1952) gli è stato conferito il premio Prešeren, il più ambito riconoscimento in campo culturale. Dal 1965 è stato membro ordinario dell'Accademia delle Scienze e delle Arti della Slovenia. Tra le sue opere principali va segnalata la traduzione di diciannove drammi di Shakespeare.

  
1. I Veneti: popolo dalle lontane origini
Nel tardo Paleolitico (circa diecimila–seimila anni a.C.) culture piuttosto simili si svilupparono in un ampio territorio, dall’Africa settentrionale al Medioriente, dal lontano settentrione d'Europa sino agli Urali e oltre, attraverso l’Asia centrale.  Si trattava di culture pastorizie nomadi in continuo movimento. Nello stesso periodo comunità di cacciatori e di pescatori vivevano nelle regioni costiere dell’Europa settentrionale.

Osserviamo, quindi, notevoli analogie sul piano archeologico tra l'Europa Centrale e l'Africa Settentrionale (E. Meyer 1946).  Questo parallelo trova riscontro in una lingua base su queste terre, cosicché possiamo definire le genti nomadi che le abitavano come Afroeuropei.  Il lessico, la grammatica e la sintassi di quest'unica lingua base ci sono stati tramandati per mezzo delle cosiddette lingue indoeuropee, ma anche attraverso le lingue appartenenti al gruppo camito-semitico.  La lingua slovena, che è stata utilizzata da alcuni studiosi come base per interpretare le antiche iscrizioni venetiche, ha conservato etimi e forme grammaticali, che rappresentano la  derivazione da tale lingua base afroeuropea.  Il duale che la caratterizza (in aggiunta al singolare ed al plurale) non si trova nelle altre lingue europee moderne, eccezion fatta per il sorabico, mentre possiamo incontrarlo nelle lingue semitiche del Medioriente.

Dopo il 4.500 a.C., l'unità linguistica cominciò a frantumarsi. Inizia l'insediamento stabile in Europa che assume diverse forme di sviluppo. Nel 4.200 a.C. apparve la prima civiltà agraria, quella della ceramica a strisce (Bandkeramik), fondata sul matriarcato, le cui tracce più rilevanti sono state rinvenute in Europa centrale nelle terre fertili del Loess (da loes, particolare tipo di terriccio), per la precisione nell'alto bacino del Danubio, estendendosi verso le pianure settentrionali. Questi gruppi sedentari vivevano in grandi villaggi posti vicino ai fiumi.  Nell’ambito della struttura familiare la madre era la figura principale; inoltre la successione della stirpe seguiva la linea materna. La Grande Madre Terra era la maggiore divinità. Il ruolo del dio padre era attribuito al dio del cielo.

La cultura preindoeuropea cominciò a declinare verso il 2.100 a.C., quando genti provenienti da Oriente penetrarono in Europa centrale. Anche agli Indoeuropei il nome è attribuito in riferimento alla diffusione della loro lingua. Queste genti nomadi della steppa si sovrapposero alla popolazione originaria, cui imposero il proprio dominio e l’organizzazione sociale, fondata sul patriarcato. In realtà, l’indoeuropeizzazione dell’Europa (che l’archeologia constata essere avvenuta in quel periodo) non comportò la sostituzione della precedente lingua base afroeuropea con quella nuova degli Indoeuropei, tanto più che tra le due lingue non dovevano sussistere grandi differenze.

Il fenomeno storico davvero rilevante viene individuato dallo studioso Jožko Šavli nella prevalenza della nuova organizzazione sociale su base patriarcale (1).  Il dio padre del cielo simboleggiava il nuovo ordine, con il suo potere assoluto; all’interno della famiglia su tutto prevaleva la patria potestas.  Sul piano linguistico l'innovazione portata dagli Indoeuropei si limitava ad alcune parole, che in parte sopravvivono ancora oggi nei nomi di luoghi, monti e fiumi. L’indoeuropeizzazione non soppiantò la civiltà agraria dell’Europa centrale, il cui sostrato rimase attivo ed influenzò anche lo strato dominante indoeuropeo.

(1) Šavli, Interpretazione della toponomastica, pp. 270-273.

Il teatro delle incursioni degli Indoeuropei è definito anche dalla diffusione territoriale della Cultura della ceramica a cordicella (Schnurkeramik), in cui sopravvisse però il sostrato preindoeuropeo (J. Pokorny 1954). Il lascito delle culture di Bandkeramik agì in Europa Centrale con un ulteriore sviluppo di forme tradizionali.

Già attorno al 1800 a.C. nel territorio dell’odierna Boemia si formò la Cultura di Aunjetitz, ancora caratterizzata dalle tombe a tumuli, che diede poi impulso alla vicina Cultura di Lusazia (1500-1100 a.C.). Quest'ultima formò l'humus culturale di un nuovo popolo, i Veneti antichi, l'organizzazione sociale dei quali si fondava tanto sul diritto paterno, quanto su quello materno. La sua originaria area d'espansione aveva come centro il bacino del fiume Oder e si estendeva sino alla Vistola nell'odierna Polonia, a Ovest comprendeva buona parte della Germania orientale, lambendo a Meridione anche il territorio ceco e slovacco (2).

Dopo il 1200 a.C., la potenza della civiltà lusaziana determinò una tale evoluzione culturale e sociale che si originarono numerose correnti migratorie dirette in tutte le direzioni attraverso l’Europa.  Erano i portatori della Civiltà dei Campi di Urne, così chiamata poiché i suoi artefici raccoglievano i resti combusti dei defunti in urne, che venivano poi deposte in vasti cimiteri. I portatori della Civiltà dei Campi di Urne rappresentarono la prima nazione che si formò in Europa; furono identificati con i Veneti proprio grazie al rito dell'incinerazione (G. Devoto 1962).

La loro lingua era la continuazione di quella afroeuropea di base, poi indoeuropea. Essa è stata denominata Venetico e si è conservata nelle odierne lingue slave occidentali in quanto più vicine all'originario indoeuropeo comune.  Nondimeno, le origini dei Veneti antichi devono essere ricondotte al sostrato preindoeuropeo.  I parallelismi linguistici tra le lingue indoeuropee e quelle semitiche (H. Möller 1911) si riferiscono per lo più a questo sostrato.

Il nome di questo popolo ci viene tramandato dalle fonti letterarie.  Veneti è un nome etnico ricalcato anche nella denominazione greca oi Evetoi, la cui più antica menzione è contenuta nel poema omerico dell’Iliade, che li menziona come popolo alleato dei Troiani e stanziato nella regione della Paflagonia (Turchia centro-settentrionale). Il celebre poema narra di fatti avvenuti circa 1200-1100 anni prima di Cristo, il cui ricordo si era tramandato attraverso canti a carattere epico.

(2) Furmànek-Kruta, L'Età d'oro, pp. 19-20. Tale pubblicazione illustra le testimonianze archeologiche dell'omonima mostra allestita al Museo di Legnago (VR) che rilevava strette analogie tra i reperti esposti, slovacchi e veronesi.

Altre numerose testimonianze documentali indicano popoli etnicamente “veneti”.  Le risultanze archeologiche mostrano che i Veneti si espansero dal cuore del vecchio continente non mossi da intenti bellicosi o di sfruttamento, ma come portatori di una nuova fede (il mito della vita ultraterrena), in vista della redenzione del popolo dopo la morte nel nirvana celeste.
I Veneti s’insediarono nell’area compresa tra il Mar Baltico a nord e l’Adriatico a sud, dando vita intorno al X sec. a.C. a numerose civiltà dotate di organizzazione statale.  Tra queste la Civiltà di Este, che si estese nell’attuale territorio del Veneto, della Valle del Gail (Carinzia), del Friuli, dell’Isontino (Slovenia), sino all’Istria (vedi la Cultura di Nesactium/Vizace).
Intorno alla cittadina dei Colli Euganei riaffiorarono straordinari  ritrovamenti di tombe ad urna con ricchi corredi fittili e bronzei.  Este fu centro d’irradiazione di cultura venetica.  L’arte delle situle (vasi finemente decorati ad uso rituale, in prevalenza funerario) si espresse qui nel suo massimo fulgore, ma con stile analogo alle vicine culture venetiche.  La Civiltà di Este vanta anche numerose iscrizioni in lingua venetica: fu tra le prime scritture ad apparire in Europa (VI-V sec. a.C.), con i caratteri corrispondenti ai singoli suoni.

A partire dall'800 a.C. si propagò sull'attuale territorio austriaco, bavarese e sloveno la Civiltà di Hallstatt, insediamento minerario che segnò la prima età del ferro. Tutta l’area alpina ne fu influenzata sul piano tecnologico-metallurgico e commerciale, promuovendo uno straordinario livello artistico. La sua creatività porta impressa l’impronta venetica, come risulta dagli studi di alcuni storici austriaci.(3)

(3) Moosleitner., Il complesso.

Le migrazioni dei Celti (che dopo il 400 a.C. diedero vita alla Civiltà di La Téne) non furono in grado di mutare la fisionomia della popolazione venetica dell’Europa centrale, basata sull'economia agraria e sull’industria mineraria.  Non ci riuscì neppure l’occupazione romana, che si propagò a partire dal 200 a.C. in particolare sulle regioni affacciate sul Mediterraneo.

La diffusione della lingua latina nell’area di Este avvenne per gradi in età imperiale, ma il Venetico resisteva in vaste aree.  Ad ogni modo la popolazione locale mantenne la propria identità storico-culturale, riconoscibile nel nome Venetia et Histria conferito al tempo dell'Imperatore Diocleziano alla X Regio (già istituita da Ottaviano Augusto nella descriptio Italiae intorno al 15 d. C.).  A ridosso del versante nordoccidentale di tale regione si stendeva la Retia, che ricomprendeva il Trentino, il Tirolo e altri territori austriaci e svizzeri. Le affinità etniche emerse dai ritrovamenti archeologici sono evidenti. Plinio (NH III, 130) definiva la stessa Verona «Raetorum et Euganeorum»(4).

(4) Prosdocimi, I Veneti, p. 225.

Anche l’area delle Alpi Orientali fu profondamente venetizzata. Nella provincia del Noricum, sotto l’influsso sia della Civiltà di Este che di Hallstatt, si formarono 4 stirpi appartenenti allo stesso éthnos: i Taurisci, nella Carinzia occidentale, nelle valli degli Alti Tauri e sul versante salisburghese; i Norici, nella Carinzia Centrale e nella zona dei Bassi Tauri; i Carni, nelle valli della Carnia, nelle Alpi Giulie e nel Friuli, sino al Carso; i Latobici, nella Bassa Carnìola, nella Stiria Inferiore e Centrale e nella Valle di Lavant (5).

(5) Šavli, I Veneti, pp. 72-155.
  
2.  L'espansione territoriale
Il nome etnico “Veneti” lo si rinviene in forme diverse riferito a popoli storici che abitarono varie parti del continente (6) ed è contenuto in tanti toponimi. La sua diffusione disegna una vasta area continua che s’irradia dall’Europa centrale verso nord, nei Paesi Baltici e la costa polacca, verso Meridione nel comprensorio alpino e nelle valli padana e danubiana, e verso sud-est in Asia Minore.  Altre tracce significative contenute nei nomi dei luoghi sono sparse tra Bretagna, Normandia, Galles e Scandinavia.  Ricordi di sporadici insediamenti percorrono la penisola italica (come il popolo laziale dei Venetulani, ricordati da Plinio), fino in Sicilia (la messinese Venetico nella zona di Milazzo, prossima a campi di urne).

Dal punto di vista archeologico, somiglianze evidenti legano reperti e testimonianze di aree quali Lettonia, Lituania, Polonia, Cechia, Slovacchia, Ucraina occidentale, Germania Orientale, Austria, Ungheria, Baviera, Württemberg, Slovenia, Istria, le Tre Venezie, la Romagna.  «Nel territorio tra il Baltico e l'Adriatico le genti venetiche, nonostante i più tardi insediamenti dei Celti e la sovrapposizione delle parlate germaniche in vaste regioni, hanno conservato l'originaria fisionomia culturale sino ai nostri giorni. È sorprendente in questo contesto il ruolo dell'albero della vita, il tiglio (slov. lipa), che appare nei villaggi di tutta la Germania orientale, centrale e meridionale, come nei vicini paesi slavi. La conservazione del tiglio nei villaggi è il principale elemento che distingue l'antico territorio venetico da quello indoeuropeo, dove invece prevale la quercia»(7).

Su di un’area più ristretta (Veneto, Romagna, Trentino, Tirolo, Carinzia, Stiria, Friuli-Venezia Giulia, Istria, Slovenia) si è prodotta, soprattutto nei secoli VI e V, la cosiddetta Arte delle situle, connotata da una spiccata originalità figurativa e stilistica. In queste terre popoli d’origine venetica (i Veneti euganei, i Vindelici, i Reti, i Carni, i Norici, gli Istri e forse anche i Liburni (8)) parlavano una lingua a noi incomprensibile, usando in gran parte uno stesso sistema di scrittura, attestato in circa 400 iscrizioni: l’alfabeto venetico.

A cavallo tra l’Età del Bronzo e del Ferro, i Veneti furono la più grande e antica nazione europea (a differenza dei Celti, che non costituirono un ceppo etnico omogeneo).  La scuola storica polacca, la più prestigiosa in ambito europeo, da decenni fornisce un contributo scientifico d'importanza decisiva. Witold Hensel ne è un autorevole rappresentante: ecco le sue considerazioni.

«A più riprese, diversi archeologi ipotizzarono l'esistenza di un vero e proprio 'impero' venetico, esteso dall'Illiria al Baltico, dal Nord Italia alla Bretagna. Per quanto riguarda la Polonia, l'insediamento venetico occupava una regione centrale delimitata al nord dal Mar Baltico e all'ovest da una parte della Slesia, mentre per i confini dell'est, essendo ancora incerti, si suppone che corressero in prossimità dell'Elba.

(6) In particolare, si ricordano: 1. I Veneti alpino-adriatici, già noti ad Erodoto con il nome Evetoi; 2. gli Evetoi dei Balcani Settentrionali; 3. gli Evetoi dell'Asia Minore (Paflagonia) noti ad Omero; 4. i Veneti noti a Giulio Cesare della Bretagna, il cui nome è sopravissuto nel toponimo della capitale Vannes; 5. i Venetulani del Lazio (etnico connesso al toponimo *Venetulum), menzionati da Plinio. Vedi in Golab, Veneti//Venedi, p. 328.

(7) Šavli, Interpretazione della toponomastica, pp. 272.

(8) STIPCEVIC, Gli Illiri, pp. 36-38, 158.  Si parla di talassocrazia liburnica per indicare il dominio dei Liburni sul mare Adriatico, già all’inizio del I millennio a.C.  Furono i fondatori di Adria e colonizzarono l’area di Ascoli Piceno.  Nel 734 a.C. si ricorda un loro grande scontro navale contro i Greci.  Il bacchiade corinzio Chersicrate riuscì a scacciarli da Corcyra.  Nel V secolo a.C. cominciò il loro declino.  I Liburni  avevano una struttura sociale a forte connotazione matriarcale: le donne liburniche potevano amoreggiare con gli uomini di loro gradimento, anche con servi e stranieri. Tutte le loro divinità erano femminili. I monumenti sepolcrali di quell’area vedono prevalere quelli femminili su quelli maschili.

Tra questi Veneti baltici e i nostri Veneti euganei, ossia i Paleoveneti, la scuola polacca vedrebbe inequivocabili i segni di una comune origine; in particolare offrirebbero prove di un certo rilievo in tal senso le testimonianze relative alla spiritualità e al culto rinvenute sia nei territori polacchi che nel Padovano.

Oltre al rito della cremazione, praticato da tutte le genti venetiche, il ritrovamento di numerose figurine animali e la frequenza dei simboli legati al culto del sole e della fertilità, presenti sui contenitori ceramici e sugli oggetti in bronzo, lascerebbero intravvedere una certa identità d'origine attraverso le forti analogie dei simboli magico-religiosi ... altre prove di affinità verrebbero offerte dalla presenza di un culto delle acque sananti, praticato secondo schemi troppo paralleli per esser considerati casuali; dalle forti analogie esistenti tra gli abiti rituali baltici e quelli euganei; dalla somiglianza di alcuni strumenti musicali; e non ultimo, dal forte legame con la figura del cavallo, sia sul piano economico che su quello delle credenze religiose.

Anche l'organizzazione sociale sembrerebbe offrire prove tangibili di questa affinità, specie per quanto attiene alla produzione ceramica e a quella metallurgica, affidate a gruppi di artigiani-mercanti.  Mancherebbero invece dati sufficienti a documentare una più dettagliata correlazione tra i Veneti euganei e i Veneti baltici per quanto riguarda la tecnica costruttiva degli insediamenti fortificati. A questo proposito si conoscono dettagliatamente solo le costruzioni del Baltico, realizzate per lo più in legno secondo tecniche di netta derivazione mediterranea, distribuite su un'area compresa tra l'Oder e la Vistola. Per il momento non si hanno notizie di analoghi ritrovamenti nell'Italia settentrionale; ma Witold Hensel, convinto assertore di questa teoria, è certo che si tratti solo di tempo» (9).

(9) Rossi-Osmida, Polonia, p. 20. L'intervento svolto dai massimi vertici dell'archeologia polacca poggia su prove solide.  Rossi-Osmida, il curatore italiano della rivista citata, s'ingegna in tutti i modi per ridimensionare la portata della ricostruzione storica svolta dai Polacchi, e così commenta: «Si sa che, attorno al I secolo a.C., i Germani indicavano i loro confinanti dell'est con il nome di Wenedi ... segno evidente che non si erano ancora accorti dell'avvenuta slavizzazione dei vicini ... l'equivoco, così sorto, portò all'identificazione dei Wenedi (e quindi dei Veneti) con gli Slavi: errore in cui incorsero quasi tutti gli scrittori dell'antichità: da Plinio a Tacito, a Tolomeo, a Jordanes». Queste dichiarazioni lasciano perplessi: tutti gli autori classici citati si sarebbero sbagliati, così pure gli antichi Germani non si sarebbero accorti che ai Veneti si sarebbero sovrapposti gli Slavi, infine centinaia di scienziati dei Paesi dell'Est sarebbero caduti vittime di vecchi equivoci, ai quali invece si sarebbe sottratta la scuola archeologica italiana.

Così si pronunciava il direttore dell'Istituto di Storia della Cultura Materiale (Accademia Polacca delle Scienze).
  
3.  Il nome Veneti
Vari autori di lingua slava avanzano da tempo la tesi, assai accreditata, che il nome etnico "Veneti" corrisponda alla forma più antica del nome "Slavi". Zbigniew Go??b, docente polacco dell'Università di Chicago, ne ha fatto l'oggetto di uno specifico studio.  «Passiamo alla presentazione e all'analisi di fatti filologici e linguistici rilevanti. Il nome etnico più antico che di sicuro si riferisce agli Slavi (cioè ai Proto-Slavi) è Venedi. Questa forma ricorre nella Historia naturalis di Plinio (23/4 - 79 d.C.), pubblicata nel 77 d.C. e nel famoso trattato De origine et situ Germanorum di Tacito (55 - 120 d.C.), pubblicata nel 98 d.C.  Un'altra variante, il greco Ouenedai = latino Venedae, appare nel celebre Geographia di Tolomeo (100 - 178 d.C.), un greco d'Alessandria che faceva uso di fonti più antiche.  Le forme Venethae//Venethi sono usate da Jordanis (circa nel 551 d.C.) uno storico tardo della romanità, forse di origine gotica, nella sua opera De origine actibusque Getarum (Storia dei Goti).  Dovrebbe tenersi nel debito conto il fatto che Jordanis non era un autore originale: egli compendiava un più ampio volume dallo stesso titolo scritto nella prima metà del 6° secolo da Cassiodoro, un dotto romano, cancelliere del re gotico Teodorico. Ad ogni modo, le forme Venethi//Venethae aggiungono un rilevante aspetto alle precedenti varianti del nostro nome etnico, provando che dovremmo partire dalla forma base Veneti, cioè *?enetoi, ecc. (vedi sotto).

Così, almeno dal I secolo dopo Cristo, noi abbiamo avuto questo nome etnico in due varianti Venedi//Veneti. Non discutiamo qui gli argomenti che depongono a favore del 'contenuto' slavo di questo etnico.  Tanti studiosi concordano che nel primo secolo d.C. esso è già riferito agli Slavi.  Per quanto attiene a questo collegamento, comunque, menzionerò una circostanza: i Venedi sono individuati insieme da Plinio e Tacito, all'incirca lungo il fiume Vistola (Plinio usa la forma Vistla !).  Poiché il toponimo Wis?a?*Vistla ha una convincente etimologia slava (cfr. Rozwadowski, 1948: 264-276, Lehr-Sp?awi?ski, 1946: 72-73), questo fatto sembra il più forte argomento per dimostrare il contenuto etnico slavo del nome Venedi//Veneti al tempo di Plinio e Tacito.

In epoca posteriore troviamo già indicazioni dirette al riguardo.  Jordanis scrive con chiarezza: 'Vicino la dorsale sinistra [dei Carpazi] che inclina verso nord e a cominciare dalle sorgenti della Vistola, dimora la popolosa schiatta dei Venethi, occupando un'ampia distesa di terra.  Sebbene i loro nomi siano ora dispersi tra varie genti e vari luoghi, non di meno essi sono chiamati Sclaveni e Anti' (Jordanis V, 34).

I Venedi//Veneti, ecc. - di cui alle antiche fonti letterarie romane - si sono senza dubbio perpetuati nella forma Winidâ, poi latinizzata nelle fonti tedesche in Winidi//Wenedi//Winadi e in quella Winden//Wenden, nomi denotanti gli Slavi più occidentali, vicini dei Tedeschi a diretto contatto con loro: i Polabi, Lusaziani (Sorabi) e Sloveni.  In base a questo, l'aggettivo Windisch, Wendisch ricorre in nomi di luogo composti di Germania Orientale e Austria» (10).

(10) Golab, Veneti//Venedi, pp. 322-323.

Sembra un miracolo la sopravvivenza in territorio tedesco del popolo dei Vendi (già nel nome spicca il richiamo ai Veneti), o Sorabi (11), appartenenti agli Slavi occidentali ed insediati ancor oggi nella regione della Lusazia, proprio l'originario focolaio d'irradiamento dei Veneti antichi (II mill. a.C.).

I nomi etnici "Veneti" e "Slavi" non sono collegati solo in rari momenti e da circostanze occasionali: un'imponente mole di fonti storiche testimionia questa connessione lungo epoche diverse.  Padre Ji?í Maria Veselý nel suo studio sulla predicazione evangelica dei SS. Cirillo e Metodio riporta ampi stralci dei "Quattro libri di cronache attribuite a Fredegario Scolastico", dove l'argomento qui trattato si sviluppa con ulteriori importanti risvolti.  Lo studioso moravo riprende lo storico di corte franca dimostrando come anche nel VII secolo era ben radicata nell'area mitteleuropea la consapevolezza dell'origine "protoveneta" di determinati popoli ivi stanziati. Qui riportiamo un breve compendio di pagine dedicate all'argomento:

(11) I Sòrabi, o Vendi, o Serbi di Lusazia, sono considerati i discendenti degli Slavi polabi o dell'Elba, che in età medievale occupavano la Germania orientale.  Ridotti a non più di 160.000 individui, oggi abitano soltanto nelle regioni dell'alta Sprea.  La loro storia si identifica con quella della Lusazia.  Nel X sec. divennero tributari, poi sudditi, dell'Impero. Nonostante l'insistente e talvolta brutale opera di germanizzazione, i Sorabi hanno mantenuto nei secoli una spiccata fisionomia nazionale e ancora conservano una solida unità linguistico-culturale. I Sorabi di Lusazia nel Medioevo non svilupparono una letteratura scritta; le prime opere nella lingua nazionale si ebbero con la riforma protestante e consistettero per lo più in traduzioni del Nuovo Testamento e in adattamenti di canti religiosi.  La guerra dei Trent'anni e le vicende generali della storia tedesca nel corso dei secc. XVII e XVIII interruppero questi germi culturali. Nondimeno restava viva una ricca letteratura orale di carattere popolare con tratti analoghi a quelli delle altre letterature folcloriche degli Slavi occidentali.  Dopo il 1815 l'Alta Lusazia godette di una relativa libertà culturale: nel corso dell'Ottocento il risveglio letterario dei Sorabi ebbe come animatori il poeta Handrij Zejler (1804-1872), il sacerdote Jakub Bart-Cišinski (1856-1909) e il romanziere J. Winger (1872-1918).

«Particolarmente illuminanti appaiono i Chronicarum, quae dicuntur Fredegarii Scholastici, libri IV.  Fra le cose più notevoli che essi registrano vi è il seguente episodio, collocabile nell'anno 623: 'Un certo mercante Samo, proveniente dal villaggio Senonago, nel regno di Clotario, prese diversi mercanti e li condusse presso gli Slavi chiamati Vinedi'.  Secondo la Conversio Bagoarium et Carantanorum Samo fu uno slavo meridionale di Carantania.  Prosegue il Chronicon - 'Gli Slavi avevano già cominciato a ribellarsi contro gli Avari, detti Hunni, e contro il loro re, chiamato gagan. Già fin dai tempi antichi gli Unni avevano i Vinedi come befulki (12): così, quando assalivano qualsiasi popolo con le armi, gli Unni tenevano il loro esercito pronto davanti al campo, mentre i Vinedi combattevano; se gli Slavi prevalevano fino a vincere, allora gli Unni avanzavano a far preda; ma se gli Slavi venivano sopraffatti, gli Unni accorrevano in rinforzo e gli Slavi con il loro aiuto riprendevano le forze. Erano detti befulchi perché in una schiera parallela precedevano gli Unni nello scontro del combattimento'.

Fredegario usa Vinedi, Vinidi, Vinodi, Venedi, per specificare solo una parte degli Slavi: 'Sclavi cojnomento Vinedi'.  Si trattava di quelli abitanti il territorio che va dalla Moravia sino all'Adriatico (Venezia, Veneti). Secondo i recentissimi ritrovamenti archeologici, costoro sarebbero da identificare con gli Sloveni, popolo un tempo numerosissimo, confinato oggi lungo due strisce marginali del territorio pannonico: la Moravia del sud e la Slovacchia (margine nord). Il resto, cioè la quasi totalità, venne italianizzato, germanizzato, magiarizzato.

Proseguiamo con la cronaca di Fredegario: 'Gli Unni ogni anno venivano a svernare presso gli Slavi: strappavano le mogli e le figlie degli Slavi e le portavano a letto; oltre ad altre angherie, gli Slavi pagavano agli Unni anche dei tributi.  Tuttavia, i figli degli Unni generati dalle mogli e dalle figlie dei Vinidi, incapaci, alla fine, di sopportare malvagità ed oppressione, rifiutarono il predominio degli Unni, come sopra detto, e cominciarono a ribellarsi.  Poiché quindi i Vinidi si erano mossi contro gli Unni con un esercito, il mercante Samo andò con loro nel loro esercito.  Fu una cosa stupenda la sua abile maestria contro gli Unni, e un'ingente moltitudine di quelli fu trucidata dalle spade dei Vinidi.  Questi, vedendo il valore di Samo, lo elessero loro re, ed egli regnò felicemente per 35 anni (626-661).  Sotto il suo governo i Vinidi intrapresero parecchie guerre contro gli Unni e grazie alla sua saggezza e abilità superarono sempre gli Unni.  Samo ebbe dodici mogli di stirpe Vinida, dalle quali generò ventidue figli e quindici figlie'.

(12) La parola «befulk» potrebbe trovare due etimologie: a) dal germanico «be» = bei (presso, accanto) + «fulk» = (popolo), quindi si tratterebbe di un popolo aggregato; b) oppure «be» = bei (presso, accanto) + «pluk» = (unità militare), riferendosi a eserciti schierati insieme.

Gli Slavi-Vinidi preesistevano in Pannonia agli invasori mongoli, del resto nomadi, che solo per svernare cercavano il letto. Gli Slavi avevano già da prima la loro organizzazione militare autonoma, ora utilizzata come parallela forza ausiliaria degli Unni oppressori.  Infine, i Vinidi aggredivano gli Unni già prima di Samo, ma con il suo aiuto riconquistarono totalmente la loro precedente unità politica.

Nell'anno 631 'gli Slavi chiamati Vinidi avevano ucciso molti mercanti franchi insieme a tanta gente e li avevano spogliati dei loro beni; e questo fu l'inizio del dissidio tra Dagoberto e Samo, re degli Slavini'. L'espressione 'Sclavini' è significativa, al pari di altre che è dato di incontrare: Slavani o Slaviani, ecc. Infatti una parte degli Slavi-Vinidi meridionali viene qualificata ancora oggi con il nome di Sloveni o Slavoni.  Si tratta dunque di differenziazioni molto antiche, che però sul piano linguistico erano minime, come dimostra la facilità con cui più tardi l'opera di Cirillo e Metodio poté diffondersi» (13).

(13) Veselý, Scrivere sull'acqua, pp.47-53.
  
4.  Gli Illiri
L’istruzione scolastica ci presenta un’Europa rozza e primordiale che s’incivilì a seguito dell’espansionismo militare dei Romani.  A qualcuno verrà in mente l’adagio “la storia la scrivono i vincitori”.  In epoca fascista, lo ricordiamo bene, la storia serviva a giustificare l'espansione italiana in Albania, Iugoslavia e Grecia (14).  Si creò in quel tempo l’immagine distorta degli Illiri eredi della grande tradizione romana: la verità è che i Romani videro in loro dei barbari da sottomettere prima e da utilizzare dopo per i loro fini.

   Nel V secolo a.C.  Tucidide scrisse che gli Illiri erano un insieme di popoli stanziati intorno alla colonia greca di Epidamnos (Dyrachium, in Albania).

(14) Vedi in Praga, Storia di Dalmazia. Questo libro aderiva alle tesi storiche dell'irredentismo, il movimento politico mirante al distacco dell'Istria e della Dalmazia prima dall'Impero Asburgico, poi dalla Iugoslavia, in favore dell'annessione allo Stato Italiano.  Pur presentando interessanti contenuti di storia locale - specie sui rapporti tra la Dalmazia e la Veneta Repubblica - l'opera svolge analisi storiche un po’ datate.

   Al IV secolo a.C. risale il “Periplo” dello Pseude Scilace: questo autore, che per primo visitò e descrisse in modo sistematico la costa adriatica orientale, precisò che il confine con i Liburni (non illirici, quindi, forse venetici) era il fiume Titius, l’odierna Krka.

   Ancora, verso verso la fine del II secolo a.C., lo scritto attribuito allo Pseudo Scimmo localizzava gli Illiri ancora più a sud, all’altezza dell’isola di Issa (Lissa, Vis).

   Nel I secolo d.C. Plinio il Vecchio scrisse che gli Illiri propriamente detti erano insediati nei territori a sud del fiume Narenta.

   Due autori, invece, Teopompo di Chio nel IV sec. a.C. e Appiano d’Alessandria nel II sec. a.C., tendono a generalizzare la presenza illirica non solo su tutta la costa orientale, ma anche nell’entroterra, dalle Alpi Orientali al fiume Danubio e oltre (15).

A partire dal II secolo a.C., nei Balcani corsero fiumi di sangue.  Gli Illiri opposero una tenace resistenza alle dilaganti legioni dell'Urbs, che li accusava di pirateria.  Nell'antichità era cosa normale che i popoli abili nella navigazione considerassero il mare cosa loro ed imponessero tributi ai traffici stranieri.

Ai Romani non si può attribuire la civilizzazione dell'Europa, ma solo un influsso culturale che investì l'Impero con mode e nuovi gusti.  Di passata, si può ricordare che la più famosa nave “romana” era la liburna, ripresa dall'omonimo popolo che popolava il Quarnaro.  Tito Livio definiva la costa adriatica occidentale (italica) importuosa (16) (carente di porti), mentre descriveva quella dalmatica come piena di anfratti adattati a porti.

(15) STIPCEVIC, Gli Illiri, p. 16.

(16) Braccesi, L'incursione, pp. 27-28.  L'autore rileva che la definizione di Tito Livio "importuosa Italiae litora" corrisponde al termine usato da Strabone "alimenoi".

Diffusione dei popoli di origine balcanica

L’ideologia dello Stato italiano sostiene che l’Adriatico sia stato civilizzato con una penetrazione culturale di matrice italica, da ovest ad est, ma l'originario flusso civilizzatore in tempi remoti avvenne in senso inverso: dai Balcani verso la penisola italica.  Un esempio è offerto dal popolo dei Messapi, di sicura origine illirica, stanziati nel Salento. Non a caso, la Puglia divenne una regione ricca di porti.  Lo stesso dicasi per i Piceni e per altri.

Va detto che gli Illiri sotto Roma diedero un apporto enorme all’esercito. In età imperiale l’Urbs fu investita con maggiore intensità da guerre civili dovute ad una conduzione della politica operata con la forza: a capo delle fazioni spesso si mettevano i comandanti militari.  Le loro legioni formavano una massa d’urto abbastanza forte per proclamarsi imperatori.  Non deve meravigliare, così, che almeno quattro imperatori furono di nazionalità illirica (erede di una indiscutibile tradizione guerresca), tra cui i celebri Diocleziano e Costantino, come pure il più famoso degli Imperatori bizantini, Giustiniano.

La scienza ufficiale ha teorizzato che gli attuali popoli di lingua slava si sarebbero insediati nell’area balcanica a seguito di ondate migratorie nel VI secolo d.C.  Tale affermazione va rivista, nel senso che in questi territori l'apporto etnico "slavo" descritto nella cronaca di Paolo Diacono andò solo ad incrementare culture preesistenti. Almeno alcuni popoli balcanici formarono la propria identità sviluppando connotazioni etniche anteriori all'invasione romana, in continuità con un remoto passato.
  
5.  I retroscena ideologici
Quanto qui spiegato era già ben noto nell’Ottocento, ma gli exploit della ricerca archeologica intralciavano le ideologie nazionaliste.  Davanti alle prove delle radici comuni di tanti popoli europei, in un primo momento quella mega-civiltà centroeuropea (di cui si scorgevano le vestigia) fu identificata nel popolo degli Illiri, in connessione con i ritrovamenti nell’area balcanica.

Oggi, invece, sappiamo che questa grande civiltà apparteneva ai Veneti.  Infatti, gli Illiri si identificano - in primo luogo - con gli odierni Albanesi e con gli abitatori della Dalmazia meridionale (che, tra l’altro, parlavano una lingua diversa dal venetico, essendo anch’essa attestata in iscrizioni). Ciò non toglie che l’intuizione alla base della tesi “illirica” fosse giusta.  Essa però non poté fare grandi passi avanti a causa dei troppi “pan” della geopolitica, sorti nel Novecento.

Il “pangermanesimo” (prima calvacato dalla Prussia e dai nazionalisti austriaci, poi dal Terzo Reich) non aveva interesse a riconoscere ai Veneti un simile ruolo nella storia antica; così fece il “panslavismo” ispirato al nazionalismo russo prima, e serbo poi; non parliamo, infine, del nazionalismo italiano, che aveva (ed ha ancora) all’ordine del giorno la liquidazione dell’identità veneta.

Le accademie che si sono dimostrate più obiettive e serie nella ricerca scientifica sono quelle polacca, ceca e slovacca.  Esse hanno seguito il filone di ricerca che metteva in connessione le culture alpino-adriatiche con quelle danubiane e dei Balcani settentrionali, operando con discrezione, senza pretendere di imporsi all’estero, benché questa impostazione sia riconosciuta corretta da tutto il mondo scientifico e ancor oggi non conosca alternative.

I sommovimenti politici seguiti al salutare crollo del blocco comunista hanno accelerato il tramonto di visioni geopolitiche ormai improponibili, permettendo di riconsiderare la questione dei Veneti antichi.  Oggi capita che parecchi studiosi di lingua slava occidentale, esaminando le iscrizioni nostrane, vi scorgano frasi ed espressioni familiari. Essendo la cosa divenuta di dominio pubblico, in tanti si sono rivolti in particolare ai professori Aldo Luigi Prosdocimi e Giovan Battista Pellegrini dell’Università di Padova, credendo di dialogare in nome del progresso scientifico.  Questo positivo atteggiamento si è ben presto scontrato con gli equilibri interni del mondo universitario.

In Italia la ricostruzione storica non sa distaccarsi da premesse ideologiche inveterate. Si sprecano pubblicazioni e convegni di facciata che interessano strettissime cerchie.  Roma controlla strettamente gli Atenei italiani (la pretesa autonomia spesso si risolve nel rafforzamento di potentati personali).  Quel che più conta è l'assenza di vero dibattito scientifico, perché la parola di pochissimi docenti (almeno nelle materie qui trattate) diviene legge, in virtù di uno strano monopolio del sapere (c.d. autoreferenzialità).

Le corpose pubblicazioni di Pellegrini e Prosdocimi sulle iscrizioni venetiche presentano un buon lavoro di catalogazione e traslitterazione (trasposizione del testo venetico nell’alfabeto moderno, anche a prescindere dal suono preciso da attribuire ai segni).  Ma cruciali sono i passaggi successivi, ossia la definizione delle parole e l’interpretazione delle frasi.

Gli accademici italiani fanno per metodo ricorso ad un espediente: trovandosi davanti ad un imperscrutabile continuum di lettere, presumono che si tratti di testi analoghi a quelli dei monumenti funerari romani, quindi fanno scaturire da quei testi (a loro incomprensibili) presunti nomi e patrominici, che apparterrebbero agli artefici o ai committenti del reperto inciso, nonché ai destinatari delle dediche, o alle divinità che accorderebbero la loro protezione.

Applicando tale metodo, però, si rischia di eludere il problema di penetrare il senso delle frasi incise sui reperti, finendo con il decifrare… nomi propri !  Così, il massimo di significato ricavabile da 400 e passa iscrizioni sarebbe che Tizio avrebbe prodotto l'oggetto recante la scritta per Caio.  Ma dedurre nomi propri da un insieme di segni grafici è solo un esercizio di stile, che esenta chi la compie dal dimostrarne il fondamento scientifico.

I nostrani luminari di glottologia hanno classificato gli alfabeti locali (venetico princeps, patavino, ecc.) secondo esigue differenze che potrebbe rivestire scarso rilievo, se si pensa che queste scritture risalgono a circa 25-21 secoli fa, quando furono eseguite con strumenti rudimentali, come stiletti incidenti pietre, terracotta, metallo o altri supporti.  Ci si cimenta pure sui puntini che contornano certe lettere, ma senza pervenire a spiegazioni plausibili.

Che ne sarebbe dell’esclusiva autorità scientifica degli esperti italiani, specializzati in filologia romanza (o neolatina, che dir si voglia), nella malaugurata ipotesi che le iscrizioni venetiche afferiscano ad un’altra famiglia linguistica, magari padroneggiata con sicurezza da colleghi esteri ?
  
6.  Veneti e Slavi: nomi etnici distinti
Davanti a certe affermazioni, qualcuno sbotterà che si tratta delle soliti tesi degli autori slavi. Ma diamo un occhio alle citazioni di seguito riportate (risalenti a tempi non sospetti) e vediamo a chi ne spetta la paternità:

«Alla provenienza orientale che appare insistentemente nelle saghe degli storici antichi – tipica è quella antenorea – [per spiegare l’origine dei Veneti] è comunque preferibile pensare a una migrazione dall’Europa centrale (Germania orientale, Lusazia) secondo vari indici fornitici dagli studiosi di preistoria e dai linguisti» (17).

In riferimento al nome "Veneti": «Quanto abbiamo detto vale per etnico, non per le singole tradizioni che lo portano… è una delle tipologie ricorrenti e potrebbe essere il caso dell'attribuzione dell'etnico a tribù slave» (18).

(17) Pellegrini, Dal venetico, p. 6.

(18) Prosdocimi, pp. 231, 232. Poi continuava: «Con ciò non si va contro il nostro argomento princeps, e cioè che ove ricorra l'etnico vi siano tradizioni linguistiche diverse e non riconducibili ad una unità significativa… del resto la mira era negare l'inquadramento etnico-espansionistico del Kretschmer, secondo cui l'espansione del termine corrisponde a un'espansione dei Veneti, sostanzialmente dello stesso tipo e con gli stessi caratteri della posteriore espansione celtica.  Ma, ammesso ciò, resta da definire, cosa rappresenta l'etichetta Veneti: ovviamente non i Veneti del Veneto, per cui non c'è prova di irradiazione da che sono qui pervenuti; in epoca precedente. Veneti (di cui un ramo è giunto nel Veneto) è sinonimo dei Indoeuropei. Anticipando si capovolge la visuale; i Veneti del Veneto rappresentano un filone di Indoeuropei, il cui etnico era appunto 'Veneti' o era avviato a divenirlo».  Tuttavia, l’identificazione Veneti-Indoeuropei non spiega la rilevanza della Civiltà dei Veneti antichi, che mantenne la base preindoeuropea anche in epoche successive. Gli Indoeuropei non rappresentarono un popolo preciso, ma un movimento culturale.  Per i Veneti resta preferibile l’identificazione con gli urnenfelder (portatori di campi di urne).

Insomma, i legami tra Veneti antichi e Slavi occidentali hanno goduto di credito in Italia fino a ché non sono stati sostenuti anche dalla "concorrenza", cioè da studiosi stranieri. Le polemiche intorno a queste tesi non sarebbero sorte se il dibattito si fosse attenuto al merito scientifico, ma il confronto non ha potuto aprirsi dal momento che i professori nostrani lo hanno trasformato in un processo per "lesa maestà scientifica".

«Ma dobbiamo ora citare un'ampia serie di autentiche invenzioni in campo storico, linguistico, epigrafico e toponomastico; invenzioni fondate su una creduta e falsa equivalenza tra Veneti e Slavi.  Dato che i tre autori sloveni Jožko Šavli, Matej Bor e Ivan Tomaži? hanno elargito le loro fantasie in lussuosi volumi che pare abbiano avuto anche in Italia (specie nel Veneto) una certa diffusione, questa volta sono costretto ad abbandonare il mio costume fondato su 'non ti curar di lor, ma guarda e passa' e a discorrere brevemente sulle invenzioni dei tre presunti studiosi sloveni i quali, bisogna sottolinearlo, non rappresentano affatto il pensiero degli autentici scienziati sloveni». E ancora: «Comunque risulta a me (e agli altri colleghi) un atto di grave incilviltà e incultura che gli autori delle citate opere abbiano propagandato le loro opinioni in conferenze pubbliche tenute in varie città del Veneto con la sovvenzione della Regione Veneto» (19).

L'illustre professore poteva essere meno impulsivo e andare in fondo alla questione. Il punto non è se i nomi etnici “Veneti” e “Slavi” siano o meno equivalenti. Prima di tutto, i popoli parlanti lingue slave non hanno affatto origini etniche comuni tra loro: l'affinità reciproca dei "popoli slavi" si limita all'aspetto linguistico (20). Solo tra gli Slavi Occidentali (Polacchi, Cechi, Slovacchi, Sloveni, ecc.) si registra una vera affinità etnica (21).

In secondo luogo, dai Veneti antichi sono derivati popoli che oggi parlano lingue diverse, p.e. la tedesca (Bavaresi, Tirolesi, Austriaci, ecc.), le romanze (Veneti, Trentini, Friulani, ecc.), le slavo-occidentali (Sloveni, Slovacchi, Cechi, Polacchi, ecc.). Infatti, non c’è corrispondenza tra affinità etnica e parentela linguistica.

(19) Pellegrini, Toponimi slavi, pp. 75-77.

(20) Come pure è noto che non esiste nessuna comunanza culturale tra i popoli "latini", così definiti per identificare quei territori dove si è diffuso il latino in periodi e circostanze diversissime, secondo i vari accidenti della storia, non ultima l'espansione coloniale europea in Sud America.

(21) Per la precisione, gli altri gruppi sono quelli degli Slavi Orientali (Russi, Bielorussi, Ucraini, ecc.) e degli Slavi Meridionali (Serbi, Bulgari, ecc.).

Neppure si può sostenere che tutti i popoli di lingua slava siano discesi dagli antichi Veneti, riguardando questo solo alcuni (gli Slavi Occidentali).  Gli Slavi posti più ad Oriente hanno infatti subito l’influenza linguistica di popolazioni più occidentali.  Nell’area russa, per esempio, la nuova civiltà agraria portata dai Veneti antichi si è sovrapposta alle culture dei cacciatori e pescatori finnici (che parlavano una lingua diversa), così i Russi - assumendo la nuova lingua – sono divenuti “Slavi”.

La vicinanza del Venetico alle lingue slave occidentali si spiega con semplicità e senza implicazioni ideologiche. Entrambe queste lingue si caratterizzano come assai conservative, essendo assai vicine all’indoeuropeo comune del secondo millennio a.C.  Il Latino come lo conosciamo, invece, si è formato in secoli assai più recenti, di poco anteriori all'era cristiana (22).

Il filologo sloveno Matej Bor ha usato l’espressione “Proto-slavi occidentali” per indicare i Veneti, ma lo stesso Jožko Šavli nei suoi studi non ne fa mai uso, sostenendo anzi che questa ambigua definizione oggi andrebbe rivista. La linguistica, infatti, per Protoslavo indica qualcosa di diverso dal venetico: si tratta di una costruzione accademica, un sistema linguistico che si suppone fosse comune nell’antichità ai diversi popoli di lingua slava, ma che non è attestato in nessun documento.  Il Venetico, invece, è una lingua determinata e attestata in numerose iscrizioni.  Forse il Venetico ebbe un ruolo analogo a quello attribuito al Protoslavo, ma per noi (interessati a capire cosa stia scritto in quelle iscrizioni) questo problema non ha rilievo.

(22) Le lingue slave occidentali, a loro volta, sono quelle più vicine all’Indoeuropeo comune e probabilmente si sono formate attraverso la mediazione del Venetico.
  
7.  Quale romanizzazione?
Il grande linguista Giacomo Devoto affermava: «Tracce di un sostrato venetico nei dialetti veneti non esistono … i dialetti veneti si allineano a fianco del toscano come rappresentanti di una tradizione latina sostanzialmente pura» (23).  L’affermazione di Devoto è corretta nel senso che nell’odierna lingua veneta egli evidenzia la netta prevalenza del latino. Infatti, il venetico attestato nelle iscrizioni non è lingua affine al latino, perché fu soppiantato da quest’ultimo.  Non di meno, a moderare il tono perentorio del passo riportato, non si può trascurare che nel veneto moderno si rinvengono parecchie parole e suoni, anche sconosciute al latino (24). Va ricordato che solo in epoca imperiale il venetico decadde dall'uso nelle città della Venetia, resistendo più a lungo nelle campagne.

(23) Devoto, I dialetti, p. 31.

(24) Il linguista stiriano D. Trstenjak ha stilato significativi elenchi di vocaboli sloveni (che egli considera lasciti linguistici d'origine preromana) rinvenuti nelle antiche parlate venete e friulane: v. Šavli, I Veneti, pp. 130-132.

La latinizzazione ha indotto il sapere ufficiale a sostenere che i Veneti sarebbero stati del tutto romanizzati. Si tratta di conclusioni affrettate, che ignorano lo spessore culturale espresso da questo popolo, pure a cavallo di epoche diverse, sempre contraddistinto da una sua inconfondibile originalità.

Per lo stesso principio in base al quale “una lingua non fa una nazione”, la diffusione del latino a discapito del venetico non comportò - per i Veneti entrati nell’orbita di Roma - la perdita della propria identità etnica.  È invece dimostrabile che questo patrimonio culturale si preservò, talora assimilando elementi nuovi, per essere tramandato in epoche successive e dando luogo, peraltro, alla repubblica più longeva che la memoria storica ricordi (25).

(25) Per un'accurata disamina sulla struttura giuridico-istituzionale veneta (che si distinse sempre da quella romana), vedi Rubini, Giustizia Veneta, pp. 15-32.

Essendo capolavori assoluti, apprezzati come tali già nell'Età del Ferro, le situle sono divenute il modello ideale, “l’archetipo”, della Civiltà dei Veneti. Qui ammiriamo la "Benvenuti", la "Certosa" e la "Vace", appartenenti - in ordine - alla Civiltà di Este (Veneto), di Villanova (Romagna), e all'area d'influenza di Hallstatt (Slovenia).  I dettagli che contengono rivestono enorme interesse per ricostruire la vita di questo antichissimo popolo, nei suoi aspetti economici, produttivi, religiosi, conviviali, sociali.  Per Arte delle situle si intende il movimento artistico venetico ispirato dall’idea mistica della Vita Ultraterrena.
  
8.  Il metodo di Matej Bor
Le numerose traduzioni di Bor hanno messo in luce l'estrema somiglianza tra le antiche iscrizioni e le corrispondenti frasi in lingua slovena.  Si noterà che le iscrizioni riportano sequenze di lettere quasi ininterrotte, il che rende problematico anche definire i metodi per estrapolare le singole parole.  A questo proposito svolgeremo dei paragoni tra i risultati ottenuti da Bor e da Pellegrini su alcuni reperti.

Riportiamo questa semplice tabella di corrispondenza, tralasciando le distinzioni minimali fissate dall'Università italiana tra venetico princeps, patavino ed atestino classico. «Secondo alcuni, i caratteri venetici sarebbero identici a quelli runici. Questo termine non corrisponde ai fatti, perché si riferiscealla scrittura che i Germani usarono quasi un millennio più tardi. Le prime iscrizioni venetiche apparvero quasi contemporaneamente a quelle etrusche, cioè oltre cinque secoli avanti la nostra era, se non già molto prima.  Che i caratteri runici germanici, usati nelle iscrizioni dei Vichinghi  e dei Goti, siano affini alla scrittura etrusca e venetica, può rendersene conto chiunque cerchi di paragonarli tra loro. I Veneti adriatici, benché non avessero raggiunto un grado di cultura così elevato come i loro contemporanei e vicini Etruschi, si trovavano però a un livello culturale assai più alto rispetto ai loro vicini settentrionali.

Da dove i Veneti ebbero le proprie lettere?  Probabilmente dagli Etruschi, ma può darsi il contrario.  Nell'alfabeto venetico la maggior parte delle lettere sono identiche a quelle degli Etruschi e con lo stesso significato» (Bor).

Va inoltre tenuto conto che l'esame dei reperti della Civiltà di Villanova (Romagna) mostra una fase più antica di chiara matrice venetica ed una più recente che inclina a stili mediterranei: la fase tipicamente etrusca sembra essere stata successiva ai Veneti.

Le seguenti iscrizioni risalgono al periodo tra il VII ed il III sec. a.C.; ne indichiamo la classificazione, la zona di ritrovamento, la traslitterazione in caratteri moderni, la corrispondenza in sloveno, la traduzione in italiano.

 Ts 1

Ts 1 (Skocjan, Carso, verso originale da sinistra a destra) (26)

ven.

OSTI  JAREJ
slov. OSTANI  JAR
it. resta giovane, sano!

Pa 1
Pa 1 (Camìn di Padova, stele funeraria, verso originale da dx a sx) (27)

ven. PUPTNEI  JEGO  RACO  JEKUPETARIS
slov. POPOTNIKU  NJEGA  RACO  ZA  NA  POT
it. al viandante la sua anatra per il viaggio (28)

Gt13
Gt 13   (Gailtal, Monte Croce Carnico, verso originale da dx a sx) (29)

(26) Bor, I Veneti, pp. 265-266; Prosdocimi, I Veneti, pp. 322-323.

(27) Bor, I Veneti, pp. 294-296; Prosdocimi, I Veneti, pp. 284-286.

(28) Nella stele appare una scena di commiato tra coniugi; l'anatra rappresenta l'anima offerta per il viaggio nell'Aldilà. Si noti che l'iscrizione riporta due cose visibili nella scena in esatta corrispondenza con lo Sloveno: l'anatra (ràca) ed il viandante (popòtnik); all'Università di Padova, invece, si crede che l'iscrizione sia dedicata a "Pupone".

(29) Bor, I Veneti, p. 275; Prosdocimi, I Veneti, p. 323.

ven. GA  VIRROVO  TO  BOG  KOS
slov. GA  VAROVAL  TU  BOG  KDOR ŽE JE
it. lo protegga Dio, chiunque egli sia!
Gt 14

Gt 14 (Gailtal, Monte Croce Carnico, verso originale da sx a dx) (30)

ven. BOG  TIŠEJ  ZIJAD  TO
slov. BOG  UTIŠAJ  ZIJAD  TO!
it. Dio, fa tacere questo baratro!

Tr 3
Tr 3 (Treviso, verso originale da sinistra a destra) (31)

ven. OSTI  AJKO  USIID  KA
slov. OSTANI,  KAKOR  SI  SE  USEDEL  TJA
it. rimani come sei seduto là!
Es 51

Es 51 (Este, tempio di Reitia, verso originale da sinistra a destra) (32)

ven. V  DAN  DONASTO  REJTIJAI  VIJETI  A  NA  B  TNJA
slov. V  DAN  DONASAM  REJTIJI  UJETNIK  DA  NE  BI  BIL  TENJ
it. il tributo sto donando a Reitia per non esser prigioniero delle ombre.

(30) Bor, I Veneti, p. 275; Prosdocimi, I Veneti, p. 323.

(31) Bor, I Veneti, pp. 266-267; Prosdocimi, I Veneti, p. 301.

(32) Bor, I Veneti, p. 385; Prosdocimi, I Veneti, pp. 279-280.

Da questi pochi esempi emerge lampante - anche per chi non conosce lo Sloveno - la stretta analogia tra le frasi in Venetico e quelle corrispondenti in detta lingua slava; se per un attimo facessimo riferimento ad un’altra lingua moderna (p.e. l’Italiano) sarebbe arduo immaginare un'affinità simile (33).

Come si diceva, a Pellegrini sembra di poter tradurre centinaia di iscrizioni con formule dedicatorie secondo schemi ripetitivi. Lo stesso professore ha proposto un paragone tra i diversi metodi di decifrazione qui in esame, operando su un paio di iscrizioni per le quali gli pare di aver ottenuto una qualche interpretazione sensata.  Riportiamo gli esempi di seguito:

Es 45

Es 45

Es 45   (Este, stili reperiti nella stipe di Reitia, verso orig. da dx a sx) (34)

Secondo Pellegrini
ven. MEGO  DONASTO  S'AINATEI  REITIAI  PORAI  EGETORA  (A)IMOI  KE LOUDEROBOS
lat. ME  DONAVIT  SANANTI  REITIAE  PORAE  EGETORAE  PRO  AIMO  ET LIBERIS
it. me donò alla sanante Reitia pora (epiteto) Egetora (la donna che fa il voto) per Aimo e per i figli. (35)
(33) Per la verità, Matej Bor riporta nel dettaglio anche le parole slave - di cui si è servito per la traduzione - che non corrispondono del tutto allo Sloveno moderno; abbiamo tralasciato per brevità questi passaggi e rinviamo a Bor, I Veneti.

(34) Pellegrini, Toponimi, p. 76; Bor, I Veneti, pp. 380-381.

(35) Pellegrini ne fa un classico esempio di "iscrizione parlante", che la scuola italiana applica anche alle scritte etrusche: l'artefice, secondo lui e altri, farebbe "parlare" il reperto: all’oggetto sarebbe stata, così, attribuita la prima persona singolare.

Secondo Bor
ven. MEGO  DONASTO  ŠAJNATEJ  REJTIJAI  PORAI  JEGE  TORA  RIMOJ  KELO UDERO BOS
slov. JAZ  DONAŠAM  [DAR]  ŠAJNATI  REJTIJI  MOGOCNI  ZLO  PRSTI  UMIRI  SE KADAR  UDARIL  BOŠ
it. sto facendo questo dono a Reitia splendida e potente.  Il male della polvere terrena indegna trovi la pace quando da te sarà colpito.

Ca 4

Ca 4       (Valle di Cadore, manici di brocca, verso originale da dx a sx) (36)

Secondo Pellegrini
ven. EIK  GOLTANOS  DOTO  LOUDERAI  KANEI
lat. HOC  GOLTANOS  ÉDOTO  LIBERAE  CARAE
it. questo dono Goltano diede alla cara Libera (divinità).

Secondo Bor
ven. EJ  K  GOLTANOS  DO  TOLO  UDERAJ  KANJEJ
slov. EJ  KO  GOLTNEŠ  DO  TU-LE,  UDARI  PO  KONJIH
it. ehi, quando ingurgiti sin qui colpisci i cavalli!

(36) Pellegrini, Toponimi, p. 76; Bor, I Veneti, pp. 284-285.

Pellegrini definisce l'altro metodo come "non scientifico": per lui la traduzione proposta dallo studioso sloveno sarebbe frutto di "esuberante fantasia".  Dimentica però di spiegare in che cosa consista la sua maggiore scientificità, quando non entra affatto nel merito delle tesi che rigetta a;priori. Tale è la sua insofferenza, forse dovuta al fatto che non conosce i riferimenti linguistici menzionati da Bor.

Dal punto di vista del metodo, va poi osservato che Matej Bor spiega per filo e per segno tutte le forme grammaticali che analizza, dando un dettagliato riscontro alla sua traduzione, riportando forme linguistiche e dialetti (moderni o antichi) di tipo slavo.  Invece Pellegrini propone i suoi latinismi alla rinfusa, dando l'impressione di andare per intuito su forme che pretende essere di discendenza latina, ma senza usare criteri verificabili.  La derivazione del Venetico dal Latino resta un dogma indimostrato (oltre che un anacronismo che non viene spiegato).  A sostegno della lettura "latinista" sovviene, alla fin fine, l'uso disinvolto e ripetitivo delle formule dedicatorie, che permette in pratica di tirar fuori da qualsiasi iscrizione nomi (di solito propri) più o meno inventati.

Il metodo di Bor è a tutt'oggi l’unico strumento in grado di far luce sul significato vero delle iscrizioni venetiche, difficili da interpretare non solo per la loro distanza dal Latino e per i rudimentali sistemi di scrittura utilizzati, ma anche per il carattere magico-religioso che la scrittura assumeva in quel tempo.   Di questo Bor era del tutto cosciente, tant’è che aveva intravvisto nelle iscrizioni varie formule, simili a giochi di parole ed indovinelli, consone alla mentalità di quei precettori-sacerdoti e discepoli che animarono un mondo tutto intriso di intensa spiritualità.

Bor era un erudito filologo che padroneggiava un’eccezionale quantità di lingue e dialetti slavi ed indoeuropei; al tempo stesso fu un intellettuale di fine ingegno, radicato nella sua antica cultura popolare.  Dalle tavolette alfabetico-grammaticali egli trasse addirittura il sistema grammaticale dei Veneti, come pure tracciò un embrione di vocabolario, individuando termini (tra cui pronomi, preposizioni, avverbi, ecc.) e sintagmi ricorrenti (37).  Per proseguire la sua opera sarebbe necessario l’intervento coordinato di linguisti, filologi e glottologi specializzati su lingue e dialetti slavo-occidentali.

(37) Elementi del tutto assenti nelle analisi dei venetologi italiani.    

    
Vediamo sopra la tavoletta Es 23 in lamina di bronzo, proveniente dalla stipe Baratella (Este), seguita dalla sua traslitterazione e riproduzione. Secondo Prosdocimi questo reperto comprenderebbe esercizi di ortografia, sicché la chiama "tavoletta ortografica". In essa lui e Pellegrini leggono la parola AKEO ripetuta 16 volte: ma a che scopo riscrivere di continuo la stessa parola?  Se si trattava di un esercizio per insegnare, perché allora ricorre in tutte le tavolette (trovate in luoghi diversi)? Per imparare non ha senso copiare in ogni occasione la stessa parola.  Inoltre i professori italiani leggono da sotto in su, seguendo un movimento innaturale.

Secondo Bor la funzione di queste tabelle (ve ne sono vari esemplari) è altra e ben più importante. Si tratterebbe di una "tavoletta grammaticale". Nelle ultime quattro lettere ha trovato indicata la coniug